La Meccanica delle Fortezze Un percorso storico nell’evoluzione della scienza e tecnica militare per la costruzione delle fortezze di Palmanova, Gorizia e Gradisca d’Isonzo.
La Città Fortezza di Palmanova
Video
Episodio 1 (durata 3 min 04 sec) L’Ultimo Bacio (guarda il video) – La nobildonna arriva alla città fortezza stellata di Palmanova. Entrata in carrozza passando per una delle tre porte monumentali, si dirige verso il Duomo. Dopo averne ammirato la facciata esterna, s’incammina al suo interno.
Episodio 2 (durata 2 min 53sec) Giulio Savognan, ingegnere (guarda il video) – In Friuli si volle creare una nuova piazzaforte, Palmanova, che potesse contenere un gran numero di milizie e artiglierie. Incaricato del progetto fu Giulio Savorgnan che, nel delinearne la pianta, partì dalla misura più efficace del cannone reale: 350 metri.
Episodio 3 (durata 3 min 38 sec) La Fortezza inespugnabile (guarda il video) – La Dama descrive l’efficace e innovativa struttura difensiva di Palmanova: le tre cerchie concentriche di mura, la cinta bastionata, lunette, baluardi e rivellini, il fossato e le porte monumentali, gli unici tre punti di accesso alla Fortezza.
Episodio 4 (durata 3 min 26 sec) Una stella nella pianura (guarda il video) – La stella che Giulio Savorgnan aveva disegnato su carta divenne realtà e rimase immutata nel tempo. La struttura difensiva, invece, migliorò ulteriormente, grazie ai massicci lavori di ammodernamento voluti da Napoleone Bonaparte dal 1806.
Testi di Alberto Prelli
Sebbene la fusione in bronzo, piuttosto che in ferro, riducesse significativamente il peso dei grossi cannoni, ciononostante solo i pezzi d’artiglieria di grosso calibro erano veramente efficaci.
Nel 1519 Nicolò Macchiavelli scriveva che non c’era muro abbastanza spesso che l’artiglieria non potesse rovinare in pochi giorni.
Nel tardo cinquecento anche le aggiunte alle difese medievali, sia per l’aumentato potere dei cannoni, che le migliorate tecniche ossidionali, divennero inadeguate.
Solo i compatti bastioni a forma triangolare offrivano una decisa sicurezza. Nacquero, nell’Italia centrale le innovative cittadelle e fortezze bastionate per ospitare e contrastare la potenza dell’artiglieria. Questa forma “alla moderna”, o “all’Italiana”, si diffuse rapidamente in tutta Europa.
L’ingegnere militare Francesco Lucarelli, autore della cinta bastionata de La Valletta a Malta nel 1566, era convinto che fosse impossibile difendere una piazzaforte contro un esercito dotato di artiglieria senza essere dotata di bastioni.
Nel primo ventennio del ‘500 i Veneziani a Padova iniziarono a sperimentare nuovi criteri costruttivi per difendersi dalle artiglierie sempre più efficaci, dai bastioni circolari sino ai successivi di forma poligonale, progettati e realizzati da Michele Sanmicheli tra il 1540 e il 1547.
Tra il 1567 e 1570 sorse la cittadella pentagonale di Anversa. Ma per fortificare un’intera città ci voleva una visione a lungo termine. Perché tale impresa non poteva essere avviata nell’imminenza di un pericolo.
Nel tardo cinquecento l’uso dell’artiglieria richiedeva ampi, bassi e possenti terrapieni per ospitare pesanti cannoni e assorbire i proiettili del nemico.
Pensare ad una cinta bastionata, che abbracciasse una preesistente città, oltre a molto denaro, coinvolgeva alti costi sociali, come la distruzione di ampie zone di periferia, che si trovavano appena al di là delle mura medievali.
Cosa che non avvenne nel caso di Palmanova, città/fortezza di fondazione, che si volle edificare su una sgombra pianura, svincolata da una preesistente città murata. Così le soluzioni da adottare potevano essere le più innovative.
Venezia dopo aver messo al sicuro il confine occidentale dello stato, decise nel 1593 che era giunto il tempo di farlo anche per quello orientale. Il momento era favorevole, perché l’arciduca d’Austria, che possedeva parte del Friuli, era impegnato in guerra contro gli Ottomani. La nuova piazzaforte avrebbe avuto lo scopo di fronteggiare eventuali incursioni turche e controllare i confini con gli arciducali.
La commissione di cinque provveditori, affiancati da ingegneri e militari, fu inviata in Friuli alla ricerca di un sito adatto per realizzare una piazzaforte.
Incaricato della stesura del progetto fu Giulio Savorgnan, capo dell’Ufficio delle Fortezze di Venezia. Nel delineare la pianta della piazzaforte, partì dalla fondamentale misura della gittata più efficace del “cannone reale”, cioè 200 passi (350 metri). Cosa che permetteva, con tiro incrociato, a ciascun baluardo di difendere quello a fianco e la relativa cortina. Al tempo possiamo considera “cannone reale” il cannone bronzeo che sparava palle da 50 libbre (25 chilogrammi). La sua gittata massima, ma non come efficacia, era attorno al chilometro, pesava circa 2.100 chilogrammi e per muoverlo erano necessarie 10 paia di buoi.
Il Savorgnan determinò il costo di un singolo baluardo, non sapendo quanti se ne dovessero realizzare. Forse pensò alla soluzione Nicosia con undici bastioni, che egli aveva già costruito. Il Senato veneziano pensava a una piazzaforte di 10 baluardi. Alla fine, fatti i conti, la scelta cadde su una fortezza stellare a 9 bastioni.
Il Savorgnan disegnò la piazzaforte con baluardi a punta di freccia (ad “asso di picche”) e li collegò con le cortine. Ne uscì un ennagono ai cui vertici sporgevano i bastioni, affinché potessero difendersi uno con l’altro col tiro incrociato. Sulle cortine furono innalzati i cavalieri, dai quali cannoni e colubrine potevano tenere lontane le batterie degli assedianti. Tutto il circuito fu ulteriormente protetto da un largo e profondo fossato. Si poteva entrare in città da tre ingressi, situati al centro delle cortine.
A metà ‘600 la Serenissima giudicò giunto il momento di rafforzare ancor più la piazzaforte, realizzando altri 9 terrapieni triangolari incamiciati, i rivellini, che furono costruiti al di là del fossato in corrispondenza delle cortine. I primi ad essere completati furono quelli di fronte le porte d’accesso, da sempre il punto più debole di qualsiasi fortezza. Si scavarono e murarono anche gallerie di contromina, che passavano sotto i rivellini e andavano verso la campagna.
Ma l’arte fortificatoria aggiunse ancora un capitolo al disegno di Palmanova. Napoleone Bonaparte, già nella sua prima visita del 1797, intuì sia l’importanza strategica della piazzaforte ai confini austriaci, sia la sua debolezza nei confronti delle nuove risorse dell’artiglieria. Il trattato di Campoformido concluse la brevissima permanenza dei Francesi ed ogni progetto fu accantonato.
Subito dopo la riconquista francese del Friuli e la sua annessione al Regno d’Italia nel 1806, Napoleone decise di sottoporre la macchina da guerra Palmanova a massicci lavori. L’impronta più visibile furono le 9 grandi terrapieni di forma pentagonale, le lunette, in linea con i baluardi, cinti da un fossato a secco. Queste si spingevano ancora di più verso la campagna e avrebbero potuto tenere più lontane le batterie nemiche, evitando distruzioni alla città e agli edifici militari. A sostegno delle lunette fu realizzato un sistema di casematte, traverse e gallerie sotterranee. Vennero pure realizzati all’interno della fortezza polveriere e caserme di moderna concezione.
Questo fu l’ultimo e profondo segno tracciato nel libro della storia fortificatoria di Palmanova. Ben presto la mobilità degli eserciti, la potenza delle armi e l’aviazione resero obsolete le fortezze. Fortunatamente, Palmanova ha conservato quasi intatte le strutture difensive. Offrendo al visitatore la possibilità di muoversi, immergendosi nella storia dell’architettura militare, non in modo virtuale, ma reale e tangibile.