La Meccanica delle Fortezze Un percorso storico nell’evoluzione della scienza e tecnica militare per la costruzione delle fortezze di Palmanova, Gorizia e Gradisca d’Isonzo.

La Fortezza di Gradisca d’Isonzo

Video

Episodio 1 (durata 2 min 59 sec) Grand Tour tra Fortezze (guarda il video) La Dama giunge a Gradisca d’Isonzo, antica fortezza della Serenissima Repubblica di Venezia. Qui trova una cinta muraria realizzata in blocchi di pietra, dotata di sette basse e spesse torri circolari, circondate da un fossato.

Episodio 2 (durata 2 min 17 sec) Sono Leonardo da Vinci (guarda il video) Leonardo Da Vinci, all’epoca al servizio del Doge di Venezia, esperto anche di strumenti bellici, conosceva segreti che potevano fare la differenza in guerra. Informato della devastazione turca in Friuli, partì verso la Fortezza di Gradisca.

Episodio 3 (durata 2 min 07 sec) La Fortezza non cadde (guarda il video) Passata in mano agli Arciducali nel 1616, la fortezza di Gradisca resistette a 25 giorni di continui bombardamenti. Terminata la guerra, furono apportati numerosi ammodernamenti, tra cui tre rivellini pentagonali in terra battuta e un fossato a secco.

Episodio 4 (durata 3 min 43 sec) Una diga mobile (guarda il video) Leonardo, ai piedi del fiume Isonzo, osserva l’acqua e inizia a disegnare. Propone una diga mobile che, in caso d’invasione, allagasse i passaggi obbligati del nemico difendendo la Fortezza. Il progetto venne ritenuto troppo costoso e non se ne fece nulla.

Testi di Alberto Prelli

Nel 1420 la Repubblica di Venezia conquistò l’intero Friuli. Fu la premessa per trasformare il preesistente borgo nella città fortezza di Gradisca a presidio dell’Isonzo con funzioni militari e civili. Nel 1472 gli Ottomani, attraversato il Carso, superarono con facilità le deboli difese veneziane, le cui truppe si ritirarono a Cervignano, gli scorridori turchi giunsero sino a Udine e Cividale saccheggiando e distruggendo villaggi e campagne. Nel 1473 i Veneziani iniziarono la costruzione di una trincea lungo l’Isonzo, con forti alla Mainizza e a Gradisca.

Ma, cinque anni dopo, il comandante ottomano Iskarder Beg passò alle spalle della linea fortificata e scorse il Friuli.

A questo punto Venezia ordinò, nel 1478, a Giovanni Emo la trasformazione di Gradisca in una vera fortezza. Questi affidò il progetto ad un ingegnere che tracciò un circuito regolare che racchiudesse la città.

Esperti militari di fine ‘400 propendevano per difese poligonali. Ma inizialmente pochi governanti presero in considerazione questi suggerimenti, continuando a costruire su modelli tradizionali.

Tra il 1496 e il 1498 fu portata a compimento l’intera cinta muraria di Gradisca. Le mura erano realizzate con blocchi di pietra, dotate di sette basse e spesse torri circolari, che potevano sviare i colpi nemici e ospitare artiglieria (torre della Campana, o Granda, di S. Giorgio, del Portello, la Spiritata, la Marcella, della Calcina, del Palazzo). La cinta era circondata da un profondo fossato a secco. Su una piccola altura all’interno delle mura, fu costruito un edificio rettangolare, dotato di quattro torri agli angoli, destinato a residenza del Capitano. La nuova piazzaforte divenne famosa in Europa e ritenuta in grado di resistere ai colpi di grossa artiglieria e di rispondere al fuoco. Fu chiamata Emopoli, in onore dell’Emo che si era prodigato nella sua costruzione.

Comunque, nel 1499 gli Ottomani attraversarono nuovamente l’Isonzo, lasciarono un contingente attorno a Gradisca e fuori dalla portata dei cannoni della fortezza, mentre altre bande di scorridori saccheggiarono il Friuli, giungendo sino a Treviso.

A seguito di questa devastazione il Senato nel marzo 1500 decise di inviare a Gradisca Leonardo da Vinci, allora al servizio della Serenissima come ingegnere. Il suo compito era quello di ispezionare il confine orientale e suggerire una possibile linea di difesa contro il Turco. Leonardo pensò ad una diga mobile, che, in caso d’invasione, trasformasse la confluenza del Vipacco nell’Isonzo in un lago insuperabile, o magari poter sorprendere nei passaggi obbligati il nemico annegandolo. Del progetto, per i costi esorbitanti, non se ne fece nulla. In merito alla piazza di Gradisca Leonardo propose la realizzazione di profondi merloni sulle torri da cui sparare con i cannoni.

Nell’aprile 1500 morì il conte Leonardo di Gorizia e Gradisca entrò a far parte dei possedimenti dell’imperatore Massimiliano I d’Asburgo. Fatto che la Serenissima non riconobbe.

Venezia e l’Impero entrano in conflitto. Nel 1508 la prima prevalse, ma si formò la Lega di Cambrai, che mise insieme Asburgo, Francia, Spagna e Papato. Nel settembre 1510 i coalizzati attaccarono la fortezza di Gradisca con scale e 50 cannoni di piccolo calibro, ma furono respinti. Un anno dopo fu investita da tutti i lati con cannoni di medio calibro (sagri e falconetti). Furono anche piazzati pezzi d’artiglieria sulla collina oltre l’Isonzo, che battevano l’interno della piazzaforte. Il rettore veneziano fu costretto ad arrendersi.

Dunque, la città passò in mano agli Arciducali, che si misero a restaurare le mura danneggiate. All’interno, dove esisteva il castelletto veneziano, realizzarono con grossi blocchi di pietra squadrata un castello munitissimo.

In questo torno di tempo due problemi si presentavano ai difensori di una qualunque fortezza. Primo, come limitare i danni di una, o più batterie di un eventuale assediante. Secondo come provvedere le fortezze/castelli di cannoni per tenere lontani i pezzi dei nemici.

L’occasione di un’innovazione nelle difese di Gradisca, anche se in Italia e in Europa il bastione era ampiamente utilizzato, avvenne nel 1615 quando il capitano Rizzardo Strassoldo comprese che Venezia si stava preparando ad entrare in guerra contro l’arciduca.

Giudicò più debole la zona della porta che dava verso Aquileia, la riempì internamente di terra e vi aggiunse anche un grosso muro. Migliorò le difese fra il torrione di S. Giorgio e quello della Campana. Fece, poi, abbattere i merli “all’antica” della cortina, che sarebbero stati più un danno che un riparo, se colpiti dall’artiglieria. Al loro posto fece costruire un largo e sodo parapetto di terra e un alto cavaliere, sul quale sistemò due pezzi d’artiglieria per battere il nemico nella campagna. Soprattutto fece costruire un rivellino triangolare, realizzato con molte botti piene di terra, e lo dotò di due cannoni. Il rivellino, circondato da un fossato a secco, oltre ad essere un’ulteriore difesa della cortina, permetteva, con i cannoni, di tenere più lontana l’artiglieria nemica. Creò attorno alla fortezza una spianata, livellando piccole alture, tagliando alberi, abbattendo edifici.

Nel 1616 le batterie veneziane bombardarono per 25 giorni Gradisca, che rispose con tiri di controbatteria. La fortezza non cadde.

Terminata la guerra (1618) l’arciduca pensò davvero ad aggiornare questa sua importante fortezza al confine con la Serenissima.

Da un disegno del 1681 possiamo apprezzare l’ammodernamento difensivo dettato dalle nuove regole dell’architettura militare. Al di là del fossato a secco che circondava la primitiva cerchia muraria, furono realizzati tre grandi rivellini pentagonali in terra battuta, destinati a sostenere l’artiglieria e assorbire i colpi del nemico. Attorno ai rivellini correva un fossato a secco con controscarpa e una strada coperta.

Nel 1809 il vice re d’Italia Eugenio decretò che Gradisca non dovesse essere considerata piazzaforte. Il castello divenne prigione.

Perduta la sua funzione militare. Tra il 1863 e 1866 su ordine di Radeski furono spianate parte delle mura, il torrione del Palazzo, una porta, i rivellini e riempito il fossato a secco. Su quell’ampio spazio oggi troviamo un parco verde, ombreggiato da imponenti ippocastani.

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Le macchine da getto nella poliorcetica

Testi di Vinicio Quassi *

Difendersi dalle aggressioni esterne è sempre stata una delle preoccupazioni principali dell’essere umano ed è da questa inquietudine che nasce la capacità di erigere luoghi fortificati utilizzando quella che è stata denominata anche “l’architettura della paura”.

La difesa quindi nasce in risposta ad un’aggressione e, di conseguenza, il miglioramento delle capacità di attacco determina il perfezionamento degli apparati difensivi. Regni ed imperi difendevano i propri confini; ne è un esempio spettacolare la grande muraglia cinese. Gli uomini invece proteggevano la propria casa e la propria città; forse l’esempio più antico di questo tipo di difesa è costituito dalle torri e dalle mura costruite già nel 7000 a.C. intorno alla città di Gerico, in Palestina.[1]

L’aggressore, per avere ragione di queste barriere, doveva mettere a punto le migliori tecniche ossidionali.

In questa breve disamina non ci occuperemo dei tanti ed eterogenei sistemi di assedio (scale, torri mobili, arieti, gallerie di mina … la fame, le epidemie, il tradimento ecc.) ma faremo il punto sulle macchine denominate “da getto” o “da lancio”: si tratta in sostanza di artiglierie meccaniche che impiegavano l’energia cinetica generata dall’effetto della tensione (di un arco), della torsione (di una matassa) e dalla gravità (la caduta di un peso).

L’ideazione delle macchine da lancio ha probabilmente avuto luogo in Grecia tra il VI e IV secolo a.C. nel periodo denominato anche come “miracolo greco”, dove il progresso della tecnica ebbe un impulso importante in tutti i campi.

I Greci consideravano gli ordigni pensati per scagliare proiettili come uno strumento atto ad aumentare la forza che l’uomo non possedeva e possibilmente conservarla in qualche modo. Per realizzare questo era necessario costruire un apparato in grado di accumulare l’energia necessaria ad azionare al momento opportuno un potente propulsore.

L’esperienza greca venne ereditata dai Romani che le diedero un ulteriore impulso fino alle soglie della caduta dell’Impero Romano d’Occidente.

La capacità tecnica maturata in età classica venne parzialmente perduta nel passaggio tra il tardo impero e l’alto Medioevo, salvo poi essere recuperata a ulteriore perfezionamento nei secoli del pieno e basso Medioevo.

Le artiglierie a tensione

Questa tipologia di macchine viene denominata anche “a flessione” perché si basa sul piegamento e il rilascio di un arco. Per produrre l’energia cinetica sufficiente a scagliare con efficacia un proiettile, che sia una palla di pietra o un grosso dardo, l’arco deve possedere una notevole resistenza alle sollecitazioni.

Tra i materiali che troviamo in natura e che più si avvicinano alle caratteristiche richieste sono particolarmente vocati alcuni tipi di legno, tuttavia il risultato che si ottiene può essere accettabile per un’ arco semplice a mano ma non per un arco di grosse dimensioni montato su affusto.

Fig.01: Arco composito di tradizione asiatica.

Fig.01: Arco composito di tradizione asiatica.

Per risolvere questo problema viene utilizzata la tecnica costruttiva dell’arco composito di antica tradizione asiatica (fig.1), dove l’anima in legno è coadiuvata da tendine animale incollato sul dorso e da inserti di corno incollati sulla parte ventrale. Il tendine contrasta l’effetto della trazione, mentre la zona rinforzata con il corno la compressione. Questi materiali, opportunamente modellati e saldamente congiunti, danno vita ad una tipologia di arco con caratteristiche tecniche di tutto rilievo.

Fig.02: Gastrafete greco.

Fig.02: Gastrafete greco.

Fig.03: Balista a tensione per proiettili in pietra.

Fig.03: Balista a tensione per proiettili in pietra.

Utilizzando questo potente elemento flettente i Greci progettano il gastrafete (fig.2), che è un antesignano della balestra, giungendo poi alla catapulta o balista a tensione (ca. V -IV sec. a.C.), che in pratica è una grossa balestra montata su affusto e caricata con un arganello (fig.3). Questa macchina lega i suoi risultati alla potenza del grande arco e sarà sempre condizionata dalla difficoltà di costruzione dello stesso in tutte le epoche in cui verrà impiegata.

Nel tardo Medioevo l’arma da lancio a tensione ebbe il suo apogeo con la grande balestra da posta (sec. XV), quando si svilupparono le ricerche sulla forgiatura dell’arco in acciaio (fig.4).

Fig.04: Balestra da posta con caricamento ad arganello.

Fig.04: Balestra da posta con caricamento ad arganello.

Le artiglierie a torsione

Probabilmente la complessità meccanica delle artiglierie a tensione determinò, in un abbastanza breve lasso di tempo, la progettazione di altre macchine sempre basate sulla deformazione elastica ma non più di un arco bensì dalla torsione di una matassa formata da crine animale e non solo.

Il nuovo accumulatore di energia era costituito quindi da un inviluppo elastico composto non solo da crine equino ma anche da capelli femminili[2] e, in seguito, tendini animali. Con l’uso di questi ultimi le macchine furono denominate anche neurobalistiche. Le baliste apparivano montate su affusto con il teniere analogo a quello per le macchine a tensione ma, al posto dell’arco, utilizzavano due bracci indipendenti e rigidi propulsi da altrettante matasse poste in verticale (fig.5); oppure potevano anche essere montate su ruote e, in tal caso, assumevano il nome di carrobaliste.

Fig.05: Balista a torsione per lancio di dardi.

Fig.05: Balista a torsione per lancio di dardi.

Probabilmente il vero bersaglio di queste macchine non erano né il singolo uomo né le possenti mura difensive bensì le infrastrutture quali le merlature, le tettoie delle fortificazioni e tutte le strutture che erano poste all’interno della cinta muraria. I cronisti classici parlano del lancio di massi enormi, ma le ricerche archeologiche mirate ipotizzano l’uso di proiettili che raggiungevano al massimo gli 80 kilogrammi[3].

La tecnica a torsione comunque continuò il suo percorso e l’esigenza di lanciare proiettili sempre più pesanti portò alla costruzione delle macchine a matassa unica e a braccio singolo. Non abbiamo informazioni certe sull’esistenza di questo tipo di congegni nel mondo greco, anche se delle tracce sulla loro presenza non sono totalmente assenti. Un riferimento a macchine da lancio munite di un solo braccio si trova in Filone Alessandrino che, intorno al Duecento a.C. descrive una tale tipologia di strumento utilizzato in fase difensiva.

Tre secoli dopo l’ingegnere di epoca traianea Apollodoro di Damasco lascia una descrizione di un sistema lanciasassi monobraccio e, intorno al IV secolo d.C., l’artiglieria a braccio unico compare, con il nome di onagro, negli scritti di Ammiano Marcellino e di Flavio Renato Vegezio. In questo dispositivo una fionda ad apertura automatica era posta all’estremità del braccio per il lancio, a sua volta mosso dall’energia impressa dalla torsione di un’unica grossa matassa inserita trasversalmente al telaio (fig.6).

Fig.06: Onagro omano.

Fig.06: Onagro omano.

Seguendo questo principio, in epoca medievale si approdò alla grande petriera, una macchina da considerare un’evoluzione dell’onagro e che può essere catalogata come artiglieria pesante a torsione (fig.7). Nella figura in oggetto la petriera a torsione è “aiutata” da un grosso arco.

Fig.07: Petriera a torsione e tensione.

Fig.07: Petriera a torsione e tensione.

Nel periodo della rivoluzione tecnologica medievale, dalla metà del XII secolo in poi, le macchine a tensione e torsione vennero per buona parte accantonate per fare spazio a un nuovo congegno a bilanciere che sfruttava la forza di gravità.

L’artiglieria a contrappeso

La storia di questi strumenti inizia nella Cina del IV – III secolo a.C. sotto la dinastia Zhou. Molti studiosi concordano nel collocare in quel periodo l’invenzione di una efficace e potente macchina da lancio capace di sfruttare la forza di gravità come mezzo di propulsione per lanciare proiettili di pietra contro uomini e fortificazioni.

Dagli scritti del filosofo politico cinese Mozi ( Lu, 470 a.C. ca. – 391 a.C. ca.) desumiamo che il dispositivo consistesse in un grosso braccio ligneo imperniato su un telaio; ad una estremità del braccio era fissata una fionda automatica, mentre all’altra erano agganciate una serie di corde che, al momento del lancio, venivano tirate simultaneamente e violentemente verso il basso da un gruppo di serventi. Il mangano, questo il suo nome, era ben conosciuto in tutto il Medio Oriente dal V – VI secolo d.C. e i Bizantini furono sicuramente i principali diffusori di questa macchina nell’Occidente europeo (fig.8).

Fig.08: Mangano.

Fig.08: Mangano.

Questo mezzo ebbe un immediato successo e una forte espansione perché molto efficace e nello stesso tempo più semplice, potente e sicuro nella costruzione e nell’utilizzo rispetto alle artiglierie a torsione e tensione come l’onagro e la balista.

Dopo il X secolo le tecniche ossidionali si svilupparono ulteriormente, anche a causa dell’incastellamento conseguente all’indebolimento dell’ impero carolingio e, nel XII secolo, troviamo riferimenti ad un mangano più complesso che era azionato da un contrappeso invece che dalla trazione umana: il trabucco.

Negli eserciti europei le macchine a torsione furono in gran parte sostituite, lungo il XIII secolo, da quelle a contrappeso. Le cronache non sono affatto precise sulla gittata di questi ordigni devastanti, ma potremmo azzardare un’ipotesi: un trabucco alto 15 metri con un contrappeso di 10 tonnellate dovrebbe essere in grado di scagliare proiettili di 5 quintali a 200 metri di distanza.

Oltre al trabucco a contrappeso fisso ne venne progettato uno a contrappeso mobile che si rivelò ancora più efficace e con questa arma possiamo affermare che le artiglierie meccaniche avevano raggiunto il loro acme (fig.9).

Fig.09: Trabucco a contrappeso mobile.

Fig.09: Trabucco a contrappeso mobile.

Il XIII secolo non è importante solo per l’affermazione del trabucco, ma anche per la segnalazione sulla presenza di schioppi, documentata per la prima volta nel 1284 in occasione della difesa di Forlì da parte di Guido di Montefeltro.[4] L’avvento dell’arma da fuoco, che probabilmente ebbe come arma di passaggio la cerbottana prima a fiato poi “a foco”, fu un evento epocale anche se, durante il XIV e XV secolo, bombarde e cannoni furono utilizzati contemporaneamente a mangani e trabucchi. Inevitabilmente le eccellenti prestazioni che le artiglierie a polvere raggiunsero verso la fine del XV secolo portarono alla dismissione totale delle macchine a contrappeso. Le cronache però ci riservano una sorpresa: nel 1521 le truppe di Hernàn Cortes stavano assediando la città azteca di Tecnochtitlan (l’attuale Città del Messico), ma le artiglierie si trovarono a corto di munizioni. In quella situazione si presentò il soldato semplice Sotelo, questo il suo nome, che asseriva di essere in grado di costruire un trabucco per continuare il bombardamento della città. Ricevuta l’autorizzazione, Sotelo si improvvisò ingegnere ed eresse la mastodontica macchina. Caricata con un enorme masso, il contrappeso venne liberato, la fionda partì con violenza ma l’apertura automatica avvenne troppo presto e il proiettile, dopo una traiettoria verticale, piombò sullo stesso trabucco, distruggendolo.[5]

Si ritiene che quella fu l’ultima apparizione di un’artiglieria meccanica sul campo.

Non ci è dato sapere alcunché sul destino del soldato Sotelo.

Bibliografia

  • Balestracci, Stato d’assedio. Assedianti e assediati dal Medioevo all’età moderna. Il Mulino, Bologna, 2021.
  • Contamine, La guerra nel Medioevo. Il Mulino, Bologna, 1986.
  • Hogg, Storia delle fortificazioni. I.G.De Agostini, Novara, 1982.
  • R. Luisi, Scudi di pietra. Castelli e l’arte della guerra tra Medioevo e Rinascimento. Odoya, Bologna, 2017.
  • D. Nicolle, Medieval Siege Weapons (vol. 1) – Western Europe AD 585-1385. Osprey Publishing, Oxford (UK), 2002.
  • D. Nicolle, Medieval Siege Weapons (vol. 2) – Bisantium, the Islamic World and India AD 476-1526. Osprey Publishing, Oxford (UK), 2002.
  • R. Payne-Gallwey, The Book of Crossbow. Dover, New York, 1995.
  • F. Russo, Tormenta. Venti secoli di artiglieria meccanica. Ufficio Storico S.M.E., Roma, 2002.
  • A. A. Settia, Comuni in guerra. Armi ed eserciti nell’Italia delle città. Clueb, Bologna, 1993.
  • A. A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel Medioevo. Laterza, Roma-Bari, 2002.
  • G.Todaro, Macchine d’assedio medievali. Le tecniche, le tattiche e gli strumenti d’assedio. Penne e Papiri, Latina, 2003.

*Accademia Jaufré Rudel di Studi Medievali – ETS, Gradisca d’Isonzo (GO).

[1] Cfr. Jan Hogg: “Storia delle fortificazioni” – ed. De Agostini. Novara 1982, pag. 9

[2] Erone, inventore e matematico Greco, uno dei massimi tecnici del settore, dice: “La propulsione dei bracci delle catapulte è così assicurata mediante capelli femminili. Questi, a causa della loro finezza, della loro lunghezza e dalla quantità di olio con il quale sono stati curati quando si costruiscono le trecce, posseggono un’enorme elasticità nonostante forniscano uno sforzo pari a quello dei tendini. Cit. Y. Garlan: “Recherches de Poliorcetique Greque” . Parigi 1974, pag. 217

[3] Cfr. Flavio Russo: “Tormenta, venti secoli di artiglieria meccanica”. Ufficio storico SME. Roma 2002, pag. 187, nota 22

[4] Cfr. Philippe Contamine: “La guerra nel Medioevo”. Ed. Il Mulino. Bologna, 1986, pag.199.

[5] Cfr. G.Todaro: “Macchine d’assedio medievali”. Ed. Penne e papiri. Latina, 2003, pag. 119.